Giambattista Bergamaschi

Storielle strastrane
Dal 14 ottobre 2013 su www.prosperoeditore.com

Flayer_Storielle strastrane.jpgCon una tenerissima immagine – quella della piccola Anna che non senza impaziente emozione prega lo zio di raccontarle almeno una delle storie che sta giusto scrivendo – il bel libro di Giambattista Bergamaschi si apre al lettore. Con formula non poco sibillina si conclude, a sigillo di imprevedibili vagabondaggi esistenziali: “Ci intriga il rimpianto di ciò che amiamo. Lo abbandoniamo sì da poterlo narrare.” (da Home)

Avrebbe voluto intitolarle “Surreali” le ventidue toccanti storielle, ma poi, alle incoraggianti “critiche” gratuitamente elargite da un’intera classe stregata all’ascolto di Au feu rouge (“Prof, ma lo sa che questa storia è veramente STRASTRANA?”, “Certo che a lei accade di tutto, ma proprio di tutto, prof…! Come fa?”), il “professore” ha pensato bene che nulla avrebbe potuto risultare più calzante di quel “selvatico” neologismo.
Ciò che spontaneamente emerge alla lettura dell’intero volumetto è innanzitutto una singolare, quasi lirica, capacità di osservare ogni cosa con curiosa visionarietà, sì da poter cogliere persino nel più insignificante atomo di realtà tutti gli ingredienti necessari e sufficienti ad incatenare il lettore in un racconto avvincente, comunque rivelatore, perché – pur nella finzione – psicologicamente stravero

Narrazioni enigmatiche e ambigue almeno quanto gli Arcani Maggiori dei Tarocchi: giocate tra verità e finzione, verosimile e capriccio, dormiveglia e sogno, realtà virtuale e chimerica illusione, prosa e poesia, tutte si destreggiano fra il tangibile e il simbolico, l’“autobiografico” e il fantastico, dove il secondo è non di rado destinato a rivelarsi persino più plausibile e concreto della realtà stessa, in un intrigante gioco di specchi che sfiora spesso e volentieri accattivanti climax mitologico-mistici, per non suggerire che una sola tra le molte chiavi interpretative consentite da quest’opera seconda di Bergamaschi:

“Mentre, flottando ad ampie e calme bracciate, s’andava approssimando all’imbarcazione, che ormeggiata sul versante occulto dell’isolotto s’apprestava a dar motore, avvertì correnti fredde lambirgli il dorso, quindi fluire di lato.
Ombre più scure lo scortavano, ma non reagì, non si scompose, né ebbe paura, come avesse rassegnato la propria sopravvivenza ad un superiore Destino, qualunque sentenza vi fosse già scritta.
E non pensò a nulla.
Limpido e vuoto glissò fino alla meta.” (Da Izlet)

Giambattista Bergamaschi, nato a San Benedetto del Tronto nel 1954, insegna italiano, storia e geografia presso scuola media statale, dove è anche Referente per l’Orientamento e svariati progetti concernenti l’Educazione alla Salute. Cura molteplici interessi, dalla narrazione alla ricerca musicologica, dalla didattica della storia alla semiologia, dalla pratica concertistica alla poesia. Suona la chitarra jazz e ha pubblicato due propri CD, Sunny e Spleen.

 

istantic.jpgE’ uscito in questi giorni per L’Arca e l’Arco Edizioni “Quegli istanti a ridosso del futuro”, libro di Paola Broccoli, con presentazione di Roberto Saviano e testi di Felicio Corvese e Andrea Sparaco (proprio pochi giorni fa Mario Luise tracciava qui un ricordo dell’artista). Già il titolo anticipa due elementi, uno tecnico-formale e l’altro politico-sociale. Infatti si tratta, innanzitutto, di una narrazione fotografica con un corredo uscito quasi per incanto dai cassetti e dagli archivi personali di dirigenti e militanti del PCI.

Istantanee che abbracciano un periodo che va dal dopoguerra agli anni ’80, che ritraggono volti noti e sconosciuti, passioni, lotte, amicizie, ‘fede’ di una parte della popolazione della provincia di Caserta che fu protagonista della vita sociale e politica di quegli anni. I testi degli autori, a cui rimandiamo, tratteggiano molto bene l’evoluzione storica, i fenomeni sociali che si svilupparono nei primi anni del dopoguerra fino all’epoca di Berlinguer. Ma le immagini hanno una carica evocativa incomparabile.

Da esse risaltano anonimi protagonisti e dirigenti di partito già maturi e temprati o all’inizio della loro formazione. Momenti di duro scontro col potere e manifestazioni di solidarietà, lampi di consapevolezza politica ed espressioni di speranza in un futuro migliore.

Istanti, appunto, che nella loro naturalità rappresentano e ricordano a chi li ha vissuti, un mondo di idee, di passioni, di tensioni morali che non c’è più. E qui giungiamo al secondo elemento evocato dal titolo.

pci.jpgLotte per la terra, per l’industrializzazione, per salari più decenti, per la scuola e le infrastrutture, per la dignità della persona. Lotte acerrime che per tanti significarono sacrifici sulla propria pelle. Momenti in cui veramente sembrò che il mondo meridionale e casertano, ma tutta l’Italia, stessero facendo il balzo decisivo verso il progresso e la modernità. Eppure, meditando su quanto accadde in quelle stagioni, alla luce di queste immagini, non si può non avvertire l’amaro di un processo incompiuto (per debolezze proprie – penso al Basso Volturno –  o per disegni altrui), di una maturazione interrotta, della delusione per un qualcosa che sarebbe dovuto accadere e non è stato. Della Storia che è arrivata sul punto di compiersi ma che  si è arrestata “a ridosso del futuro”.

E il futuro lo abbiamo conosciuto, si è fatto presente senza speranza: speculazioni, monnezza, medioevo politico e sociale. Con una aggravante importantissima: è scomparsa la forza propulsiva della “classe operaia”, la fede nella politica come “motore di cambiamento”, il “servire il popolo” e con ciò, pare a volte, anche la gioia di vivere.

Ecco, questo della Broccoli, erede di una importante tradizione politica di Terra di Lavoro, è uno di quei libri capaci di stimolare delle riflessioni e contemporaneamente di suscitare delle emozioni.

Paola Broccoli: Quegli istanti a ridosso del futuro. Presentazione di Roberto Saviano, testi di Felicio Corvese e Andrea Sparaco. L’arcael’arco Edizioni, 2011,  euro 15,00

frates

larsson,bergamaschi,libriBjörn Larsson: I POETI MORTI NON SCRIVONO GIALLI ((Una specie di giallo)
Traduzione di Katia De Marco
360 pagine; 17 euro
Iperborea

Nato a Jönköping nel 1953, Björn Larsson è filologo, traduttore, critico, docente di francese presso l’Università di Lund, persona semplice e gradevolissima, cortese e disponibile, oltre che intrepido navigatore. A bordo di un Rustler ha steso gran parte de La vera storia del pirata Long John Silver. Nei successivi, fortunati suoi romanzi e saggi, Il Cerchio Celtico, Il porto dei sogni incrociati, L’occhio del male, La saggezza del mare, Il segreto di Inga, Bisogno di libertà e Otto personaggi in cerca (con autore), a partire dal ’98 tutti tradotti in italiano da Iperborea, egli dimostra di saper miscelare con straordinaria abilità thriller, evocazione di antichi miti, passione, chiaroveggenza, spirito d’avventura, sentimento, finezza di linguista, spessore di filosofo, gusto per la storia e consapevolezza delle più scottanti problematiche del nostro tempo.
Il tutto stagliato su un fondale d’esuberante amore per la libertà, a garanzia d’ineguagliabili aromi.

Non di rado si ha l’impressione che, a mo’ di celtico druido, Björn voglia concretamente “iniziarci” – attraverso la “porta stretta”, ma impagabile, dell’intimo colloquio personale – ai segreti della propria “fucina”.
Le questioni che di volta in volta senza fronzoli egli pone, e talora risolve (talaltra lascia fecondamente aperte), sono in effetti di natura solida ed empirica, antimetafisica, sgombre da intralci o carabattole intellettualistiche, e zoomano direttamente (senza la ritardante mediazione di farraginose “teorie”) sul mestiere dello scrittore e, da lì, sulla vita.

L’ultimo suo romanzo, I poeti morti non scrivono gialli, non delude chi da anni sa riconoscere in Larsson una lucida e incorruttibile stella fissa nel contesto d’un firmamento letterario via via più opaco e melmoso. Anzi, è esattamente questo specifico universo “professionale”, in penosa decadenza, ad alimentare l’articolato dibattersi della storia.

Con cadenza dolce ed elegante, ovvero saggiamente intervallata da concise ma appassionanti argomentazioni metaletterarie sulla poesia, in quanto pratica creativa e fine godimento fruitivo, Larsson, ci conduce, attraverso una sciolta spirale di piacevolissime digressioni, al fattaccio che, prima ancora della cinquantesima pagina, ci folgora e spiazza, giocando la sorte di uno fra i suoi personaggi più riusciti, quelli in cui l’autore ama forse “riflettersi”: Jan Y. Nillson, potenziale ed effimero protagonista di una storia che proprio sul più bello lo trascenderà, ma di cui ci eravamo già innamorati senza condizioni e con sicuro intuito, in virtù delle particolari doti intellettuali e morali al suo riguardo riferite – non di rado tali da indurci a tenerezza -, ovvero grazie agli umanissimi difetti in fin dei conti destinati a rendercelo intimo: amico.

In una malinconica sera di febbraio, l’editore Karl Petersén raggiunge il porto di Helsingborg. Ha con sé una ventiquattrore in cui attendono impazienti una bottiglia d’ottimo champagne e un appetitoso contratto per il noto quanto spiantato poeta Jan Y. Nilsson, lirico “puro” amante della Verità, a cui Karl ha chiesto di scrivere nientemeno che un giallo a dir poco esplosivo, sicuro bestseller già venduto a otto prestigiosi editori europei.
Il “poeta” accetterà di firmare quel documento? Si piegherà alle basse leggi di un mercato che ha sempre snobbato, lui, rigorosamente teso verso una poesia alta ed essenziale? Vorrà risollevare quel particolare genere narrativo dalla mediocrità in cui è caduto?

La risposta irrompe inattesa quanto definitiva: Petersén trova Jan Y. impiccato a bordo del peschereccio in cui viveva.

Il commissario Barck, “poliziotto-poeta” in cerca di editore, in un primo momento sembra non aver dubbi: i poeti di norma si uccidono, non vengono uccisi.
Ma i conti non tornano: troppi dettagli sulla scena del crimine smentiscono categoricamente una tale evidenza. In più, i motivi per far fuori Jan Y. non mancano, a cominciare dal lauto compenso che egli avrebbe presto incassato dalla pubblicazione del romanzo e dal materiale scottante sull’alta finanza che quelle robuste pagine, sostenute da prove scientifiche e schiaccianti, erano pronte a denunciare.
Le indagini del commissario coinvolgono dapprima alcuni indiziati “senza alibi né movente”, poi Tina Sandell, da parecchi anni musa e forse amante di Nilsson, infine il suo intimo amico, nonché noto giallista, Anders Bergsten, a cui Petersén sta per affidare l’incarico di terminare il manoscritto incompiuto.

Qualcuno, però, ha deciso che quel romanzo non deve uscire…

Nell’età dell’oro dei thriller, Björn Larsson scrive “una specie di giallo” – che è un gioco letterario di raffinata ironia e autoironia -, per indagare l´essenza stessa della scrittura e della vocazione artistica.
Nella sferzante satira di un mondo editoriale istericamente alla ricerca dell’ennesimo successo di cassetta, soltanto un “poliziotto-poeta” appare in grado di scoprire le associazioni nascoste, per rivelare l´inatteso e afferrare le verità che si celano oltre le apparenze.

Gianni Bergamaschi

2845894.jpgIl peso della farfalla (Feltrinelli, 2009) di Erri De Luca è un romanzo breve (o racconto lungo), che incanta e affascina fin dalle primissime pagine per la sua bellezza formale. Una bellezza che sembra il distillato raffinato di una lunga e sapiente riflessione sullo stile e sulle infinite polisemie che esso convoglia: ‘Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere da sparo. Orfano insieme alla sorella, senza un branco vicino, imparò da solo.’ (pag. 9)

Il libro con un narratore onnisciente in terza persona, racconta della storia parallela di un re-camoscio e di un cacciatore solitario: entrambi accomunati dalla consapevolezza di essere giunti al capolinea della loro esistenza. Il racconto si snoda lungo intrecciati spaccati interiori dei due protagonisti. Il camoscio aspetta il suo ultimo giorno per cedere lo scettro del branco ad uno dei maschi e il cacciatore sente che il tempo sta segnando irreversibilmente il suo corpo, le sue forze, il suo destino. Entrambi sono accompagnati da fulminanti illuminazioni ed intuizioni esistenziali, portate al lettore con semplicità ed immediatezza, con una prosa asciutta, in cui i periodi sono brevi e paratattici. In tal modo il lettore ha la percezione di ricevere una dopo l’altra verità filosofiche in pillole saporite senza uno sforzo di pensiero. Eppure le verità esposte non sono semplici, ma afferiscono ad un retroterra filosofico immenso ed arduo, magnificamente metabolizzato dall’autore. Il bello è che il lettore le coglie con disarmante semplicità: ‘C’entrava l’invidia per la superiorità della bestia, da cacciatore ammetteva la bassezza che inventa l’espediente, l’agguato da lontano. Senza certezza di inferiorità manca la spinta a mettersi all’altezza.’(pag.22)
Ne esce un quadro in cui spicca la maggiore saggezza animale, dell’equilibrio interiore e della consapevolezza di essere inseriti in un più ampio meccanismo fisiologico in cui la morte è una delle componenti e, a parere del re-camoscio, nemmeno la più drammatica: ‘Il  re dei camosci seppe improvvisamente che era quello il giorno. Le bestie stanno nel presente come vino in bottiglia, pronto a uscire. Le bestie sanno il tempo in tempo, quando serve saperlo. Pensarci prima è rovina di uomini e non prepara alla prontezza.’(pag. 53)

Il cacciatore di montagna, spinto da un’urgenza interiore è portato ad isolarsi dalla sua comunità, della quale non accetta la frenesia, il parossismo dell’azione. Egli ama il passo lento e cadenzato, ama ascoltare il suo cuore e il suo corpo: ‘A sessant’anni il suo corpo era accordato bene, compatto come un pugno’ (pag. 36) ‘In quell’autunno si accorse della stanchezza in petto e nelle gambe… I vecchi devono allungare i tempi di lavoro, mentre le giornate si accorciano insieme alle forze.’ (pag. 41)  Più dei suoi simili egli impara a misurare le forze e a relazionarsi con il tempo e sa che può chiedere al proprio corpo le prestazioni possibili. Egli non è affetto dalla volontà di potenza, né di onnipotenza, né è alla affannosa ricerca del tempo perduto per una vita infinita: egli sa che deve finire e lo accetta con serenità. Più si va avanti nella lettura e più si avverte la distanza dall’uomo del villaggio globale, dall’uomo del successo e del danaro e si sente in filigrana una solida critica alla società contemporanea. La quale indirettamente è invitata a rivedere lo stile di vita, le scelte collettive.
A me non sembra casuale che questo romanzo sia stato scritto ora e non prima. E’ opera di adesso perché ora sono maturi i tempi di una rivisitazione complessiva degli assetti economici, sociali e valoriali. C’è da risistemare una nuova scala di priorità dell’umanità, al cui vertice non potrà più esservi l’ipertrofico io ma dovrà esservi un generoso noi. Il peso della farfalla non è un’opera dal sapore arcadico, dal gusto del della nostalgia; al contrario è un’opera amara e spietata presentata con il guanto di velluto nella speranza di un ravvedimento del singolo e della comunità occidentale. Il romanzo nasce ora perché l’autore sa che a fatica l’umanità si sta lasciando alle spalle il mondo della post – modernità. E leggerlo è come lasciarsi andare nelle acque della coscienza nuova, mediante la quale molte delle lordure dell’oggi vengono eliminate ma l’essenza del genere umano emerge nel suo terribile candore: l’uomo è sempre minaccioso e imprevedibile: ‘Ripensò al peggio commesso e concluse per una volta ancora: andava fatto. Tornava nel suo peggio per tenerlo fresco, non farlo seccare…Con gli stambecchi sì, stava certo che non avrebbe più sparato a loro. Con gli uomini il peggio era possibile di nuovo.’(pag.40) Basta un nonnulla  e lui può esplodere in violenza inaudita contro il suo simile e contro la natura.

Il libro avanza, sul piano dello stile, per sottrazione e non per sovrapposizione. Il periodo è ridotto all’essenziale, senza fronzoli o perifrasi. Le costruzioni richiamano le strutture delle poesie, in cui l’autore concentra il massimo di significato  con il minimo dei vocaboli, attivando meccanismi di connotazione, evocazione e suggestione. E’ tipico della poesia, inoltre, essere illuminante in maniera coincisa, ove al lettore è lasciato lo spazio per sue riflessioni e a continuare l’azione di scavo. Non vi è pagina in cui De Luca non si lasci prendere da questo flusso poetico e collega continuamente il concreto dell’azione con l’astratto di una riflessione gnomica: ‘A casa col primo fuoco acceso riprendeva la forza e la pazienza di riportare il giorno a finitura. La sera perfeziona l’opera grezza cominciata al risveglio, a cielo ancora buio.’ (pag. 42) E’ bello questo ondeggiare tra ciò che si vede e ciò che non si vede; è bello sentirsi guidati dai tempi grammaticali del passato (imperfetto, passato prossimo, trapassato prossimo) nella narrazione dei fatti e dal presente per le asserzioni fulminanti ed epigrammatiche. Quasi sempre l’autore ama giocare con questi due tempi come a portare per mano il lettore nel tempo assoluto e lasciarlo là a riflettere. Con questo romanzo De Luca porta compimento il suo percorso stilistico cominciato con il romanzo Montediddio, scritto per la Feltrinelli nel 2003, in cui si manifestano gli stilemi venuti a maturazione ne ‘Il peso della farfalla’.

L’uomo è in lotta contro il tempo perché ne teme lo scorrere e lo vorrebbe fermare: ‘Il presente è la sola conoscenza che serve. L’uomo non ci sa stare nel presente’. (pag.57) Il cacciatore ha conquistato una sua saggezza di fondo, una saggezza da vegliardo biblico, ma non può fare a meno di uccidere , di uccidere animali nonostante che questi gli diano continue lezioni di umanità: (Il re cacciatore) aspettò lì fermo impettito la palla da undici grammi che gli passò dall’alto in basso il cuore… Qui l’uomo vide una cosa che non era mai stata vista. Il branco non si disperse in fuga… Le femmine prima, poi i maschi, poi i nati in primavera salirono verrso di lui, incontro al re abbattuto (pag. 56) ‘L’uomo abbassò il fucile. La bestia lo aveva risparmiato, lui no…Disprezzò l’istinto che gli aveva allineato il tiro’. (pag. 57)

Il romanzo è un inno alla natura, al mondo in cui l’uomo per il momento è a disagio, non si sente al posto giusto; è come se egli avvertisse un senso di autoesclusione e autodistruzione: non c’è posto nel mondo per il genere umano. Questa è la sentenza amara che il lettore è indotto a formulare istintivamente. Intuizione, questa, consolidata dal brevissimo racconto finale Visita ad un albero, in cui il protagonista è un cirmolo, parente dell’abete. E l’albero si sente a casa sua nel mondo degli elementi e della natura, lui che, pur essendo minacciato dal fulmine, è ottimista, e fiducioso perché sa rigenerarsi e rinascere: ‘Il cirmolo è capace di biforcarsi in due rami principali…Il fulmine è suo padre secondario…Terra è sua madre in cui si attacca a polipo di scogli’. (pag. 64)’ E’ l’abbraccio di cielo e terra, si toccano le estremità opposte. E’ un abbraccio nuziale. Chi si trova chiede scusa di essersi intrufolato nell’intimità’ (pag. 69) E l’uomo oggi, sradicatosi dal mondo è a un passo dall’autodistruzione. Continuerà a separarsi, a divorziare dal mondo? Chissà! Chi ha fede, crede in una sua resipiscenza; chi no, dispera.

Prof. Giuseppe Rotoli

deluca.jpgErri De Luca (Napoli, 20 maggio 1950) è uno scrittore e traduttore italiano.

Giovanissimo, a diciotto anni nel 1968 raggiunge Roma, dove entra nel movimento politico Lotta Continua, divenendone uno dei dirigenti attivi durante gli anni settanta. In seguito svolge numerosi mestieri in Italia e all’estero, come operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore.

Durante la guerra in ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui l’ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio”, non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico. Pubblica il primo libro nel 1989, a quasi quarant’anni: Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli. Regolarmente tradotto in lingua francese, tra il 1994 e il 2002 riceve il premio {France Culture} per Aceto, arcobaleno, il Premio {Laure Bataillon} per Tre Cavalli e il {Femina Etranger} per Montedidio. È del 1999 il libro Tu, mio. Collabora a diversi giornali (La Repubblica, Il Corriere Della Sera, Il Manifesto, L’Avvenire, Gli Altri) e oltre i suoi articoli d’opinione, scrive anche sulla montagna.

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E’ uscita di recente una raccolta di racconti, quattrordici per la precisione, di Gianni Bergamaschi, che i nostri lettori conoscono per aver collaborato con la rivista Il Mulo. Alcuni testi pubblicati nella rivista compaiono nel libro dato alle stampe da GAM con il titolo del primo racconto, La Tromba di Miles

Ogni racconto  è ispirato a un brano musicale, riportato sotto il titolo, e, come ci avverte l’autore, il testo andrebbe letto con il sottofondo del pezzo, perché se è vero che ognuno sente e percepisce in maniera personale  sensazioni ed emozioni, tuttavia i racconti sono così intimamente legati ai brani dai quali sono stati ispirati che sarebbe bello, utile e suggestivo spingere l’uscio e guardare al di là della parola per cercare una sintonia non impossibile con i sentimenti dell’autore, la malinconia, lo struggimento ma anche la dolcezza e l’amore.

Del resto Bergamaschi, che cura molteplici interessi, dalla narrazione alla ricerca musicologica, dalla didattica della storia alla semiologia, dalla pratica concertistica alla poesia, è anche un fine chitarrista jazz. Il suo gusto musicale e la sua narrazione costituiscono, perciò, un tutt’uno nel suo percorso artistico ed esistenziale, attingono alla medesima fonte, hanno lo stesso struggente svolgimento che ammalia l’ascoltatore e il lettore, attirandolo in una rete di incantesimi da cui non riesce a liberarsi.

Qua e là sono disseminati dei versi  come ciottoli sui sentieri delle storie, che lungi dall’essere degli indebiti inserimenti avulsi dal contesto, rappresentano la naturale apoteosi della narrazione, la chiusura del cerchio. Musica di sottofondo, storie, poesia, piani dai confini indefiniti che si intersecano, si confondono, si compenetrano.

Sull’onda di alcune suggestive composizioni musicali, per lo più tratte dal prestigioso repertorio jazzistico, meravigliosamente riaffiorano dai più nascosti recessi del cuore storie e volti che si credevano definitivamente sopiti.

Tornano così a rivivere, talora con toccante malinconia talaltra su tonalità teneramente romantiche o piacevolmente calde e avvolgenti, persone, emozioni, paesaggi, oggetti e drammi custodi ciascuno di un proprio inconfondibile messaggio: per lo più affettivo, benché mai ne risulti esclusa una buona dose di riflessione discreta su un passato che con tutta evidenza ancora proietta la propria orma nel vivo presente, illuminandolo e spesso conferendogli il gusto pieno del mito.  

Ogni cosa, dalla più comune e apparentemente insignificante alla oltremodo vistosa e sfrontatamente invadente, viene dal narratore indagata lungo gli imprevedibili percorsi di una ricerca interiore che non di rado sconfina, sia pur impercettibilmente, in un’interpretazione mistica ovvero magica dell’universo”. (dalla quarta di copertina).

Infine ancora qualche nota sull’autore

G. B. è nato a San Benedetto del Tronto il 18 giugno 1954, vive a Castrezzato (BS), dove insegna Italiano, storia e geografia presso la locale scuola secondaria di I grado.
Come chitarrista jazz, ha collaborato con numerosi musicisti dell’area bergamasco-bresciana, pubblicando tra l’altro due propri CD, “Sunny”  e “Spleen”  (cfr. Fly Fingers Duo) .
Ha pubblicato diversi saggi di argomento musicale ( http://www.adgpa.it/didattica.htm )
Ha infine indagato, nel contesto delle stimolanti performance live di alcuni fotografi italiani, le possibilità sinergiche musica/fotografia. Alcune riviste musicali hanno positivamente valutato la sua produzione.

Gianni Bergamaschi, {La tromba di Miles e altre storie in punta di jazz}, GAM Editore, pag. 189, euro 10,00

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Autore: Erri De Luca

Titolo: Pianoterra

Anno: 2008

Casa editrice: Nottetempo

Pagine: 99

Prezzo: 12,00 euro

 

Pianoterra è una raccolta di ventisette scritti, già pubblicata nel 1995 con lo stesso titolo, ma con qualche differenza nella scelta dei brani: l’autore ha eliminato qui alcune storie relative alla guerra in Bosnia, aggiungendone invece di più recenti.

Diverse per argomento e ambientazioni, queste sono legate tra loro dall’unico punto di vista con cui l’autore guarda ad esse: un punto di vista ‘pianoterra’, che è “spunto di marciapiede, sbirciata non panoramica sul mondo” di chi sta tra la folla e da lì lo osserva attentamente e criticamente.

Con lo stile di sempre – inimitabile, stringato, diretto e sincero, dalle frasi brevi, quasi lapidarie e dalle metafore evocative e accurate – De Luca spazia da impressioni personali sui temi della patria, della giustizia, del prossimo, del sud, a ricordi relativi alla guerra dei Balcani, ai viaggi a Monstar e Belgrado, per finire a storie autobiografiche e a Napoli, naturalmente.

L’autore prende una ferma e critica posizione nei confronti dell’Italia di oggi – che fa sorridere all’estero per la sua scelta di avere come presidente il suo maggior possidente e che non sfrutta l’occasione di offrire a piene mani ai nostri nuovi ‘vicini’ quel grande tesoro che è la sua lingua – offrendo così al lettore spunti di riflessione importanti su argomenti più che attuali.

Queste storie sottintendono tutte, infatti, un attacco nei confronti di coloro i quali, volontariamente o meno, per scelta o per inerzia, sono indifferenti verso quello che succede intorno a loro. De Luca si scaglia, per intenderci, contro quelli che nel 1999 andavano a «fare picnic intorno alla base di Aviano per vedere il decollo degli aerei stracarichi di bombe» diretti a Belgrado; quelli che oggi decidono di ignorare i nuovi campi di concentramento, mascherati da centri di accoglienza, che ci trasformano in “persecutori e carcerieri di emigranti”; quelli che si nascondono dietro il velo ipocrita della falsa pietà, che accettano passivamente la giustizia “non distributiva” e i politici-marionette.

Che la si pensi o meno come De Luca, di certo non si può fare a meno di riconoscergli una grande onestà intellettuale e considerevoli doti stilistiche. Qualità che terranno i lettori incollati anche alle pagine di questo libro.